I RaestaVinvE sono un duo musicale pugliese nato nel 2020 dall’incontro artistico tra Vincenzo Vescera, in arte Vinvè, produttore e cantautore, e Stefano Resta, conosciuto come Raesta, cantautore e polistrumentista. Il progetto prende forma da una visione condivisa della scrittura musicale: unire canzone d’autore contemporanea, ricerca sonora e narrazione emotiva in un linguaggio personale e riconoscibile. L’incontro tra i due artisti viene favorito dal cantautore e produttore Riccardo Sinigallia, figura che contribuisce alla nascita del percorso artistico del duo. Fin dagli esordi, i RaestaVinvE si avvalgono della collaborazione di musicisti turnisti e professionisti della scena indipendente italiana, sia in studio che dal vivo, costruendo un’identità musicale aperta alla contaminazione tra pop d’autore, elettronica, folk urbano e suggestioni mediterranee.
Il titolo ruota attorno a una domanda molto semplice ma universale. Qual è stata la scintilla che ha dato origine al brano?
Stefano: Come spesso accade per noi, tutto è partito da un giro di chitarra. La frase “Mi vuoi bene o no?” è arrivata dopo ed è diventata il centro attorno a cui si è costruita tutta la canzone. Eravamo partiti con l’idea di scrivere un brano più positivo, che rispecchiasse una fase diversa delle nostre vite. Rispetto ai dissidi raccontati in “BiancaLancia”, oggi ci troviamo entrambi in un momento di maggiore stabilità sentimentale. Da lì è nata una riflessione semplice ma universale: quanto siamo disposti ad accettare dell’altro per far funzionare una relazione e continuare a sceglierci ogni giorno?
Vincenzo: “Mi vuoi bene o no?" nasce da una storia vera, da un incontro che ci ha fatto riflettere su quanto l'amore possa essere più forte delle etichette e delle aspettative. La canzone prende spunto dal rapporto tra due persone che appartengono a generazioni diverse e che spesso guardano il mondo da prospettive lontane. Quella domanda, però, arriva quando tutte le differenze smettono di fare rumore e resta solo l'essenziale: ci scegliamo oppure no?
"Mi vuoi bene o no" sembra oscillare tra leggerezza e inquietudine. Quanto è importante per voi lavorare sui contrasti emotivi nella scrittura?
Stefano: Lavorare sui contrasti è fondamentale. Come in un quadro, anche in una canzone servono luci e ombre: sono quelle a creare profondità. Ci interessa far convivere leggerezza e inquietudine, ironia e riflessione. Uno dei nostri parametri è il divertimento: una canzone deve piacere a chi la scrive e a chi la suona. Se riesce anche a coinvolgere chi l’ascolta, allora il gioco è fatto.
Vincenzo: I contrasti sono il cuore di questa canzone. C'è una leggerezza quasi estiva nel suono, ma sotto scorre una domanda profonda. C'è una relazione che funziona proprio perché mette insieme mondi apparentemente incompatibili. Ci affascina l'idea che le differenze, invece di diventare muri, possano trasformarsi in ponti. "Mi vuoi bene o no?" racconta due persone che sulla carta dovrebbero essere lontane, ma che nella vita reale continuano a scegliersi. Ha qualcosa di poetico, ma resta autentica e concreta. Inoltre racconta esattamente il nucleo della storia senza entrare in dettagli troppo privati.
Il brano introduce una dimensione sonora più internazionale e dance. È un'evoluzione che anticipa la direzione dei vostri prossimi lavori?
Stefano: Uno sguardo verso la musica internazionale abbiamo sempre cercato di averlo. I RaestaVinvE sono nati proprio dall’incontro tra gli ascolti più anglosassoni e francofoni di Stefano e quelli più legati alla tradizione cantautorale italiana di Vincenzo. Con questo brano abbiamo però scelto consapevolmente di aprire un nuovo capitolo, più luminoso e positivo, un percorso che avevamo già iniziato a esplorare con canzoni come “Tequila”. Senza inseguire mode o scendere a compromessi: il nostro criterio resta sempre lo stesso. Quello che scriviamo deve essere qualcosa che ascolteremmo volentieri anche da semplici appassionati e che finirebbe nelle nostre playlist personali. È una regola semplice, ma per noi fondamentale.
Come si è sviluppata la collaborazione con Maurizio Loffredo e cosa ha portato di nuovo al vostro modo di costruire una canzone?
Stefano: La collaborazione con Maurizio Loffredo rappresenta ormai una pietra miliare nel percorso dei RaestaVinvE. Quello che ha sempre portato alle nostre produzioni è una grande solidità del suono, unita a una raffinatezza fuori dal comune e a una cura quasi maniacale i dettagli. Negli ultimi tempi stiamo assistendo anche all’evoluzione del suo percorso artistico personale, sempre più orientato verso la musica elettronica sperimentale. È una dimensione che ci affascina molto, soprattutto per la sua componente istintiva e di ricerca. Speriamo che questa energia possa trovare sempre più spazio anche nelle produzioni che realizzeremo insieme in futuro.
Come vi siete incontrati artisticamente e quando avete capito che la vostra collaborazione poteva diventare un vero progetto musicale?
Stefano: La nostra collaborazione è nata gradualmente, in quello che nei primi tempi definivamo quasi un rapporto di mutuo soccorso artistico. All’inizio c’era soprattutto la curiosità di sperimentare insieme; poi, poco alla volta, abbiamo iniziato a far entrare nelle canzoni dell’uno le idee dell’altro, fino ad arrivare a condividere arrangiamenti, scrittura e voci. Credo che tutto sia nato dal rispetto reciproco e dalla consapevolezza dei rispettivi limiti e delle rispettive potenzialità. A un certo punto ci siamo accorti che insieme le canzoni assumevano una forma che ci rappresentava più di quanto avremmo potuto fare da soli. Da lì è nata una piccola cifra stilistica che negli anni ci è stata riconosciuta e che ci ha dato la motivazione per continuare a crescere e a fare sempre meglio.
Nel vostro percorso ha avuto un ruolo importante Riccardo Sinigallia. In che modo ha influenzato la nascita e l'evoluzione dei RaestaVinvE?
Stefano: Per entrambi Riccardo Sinigallia ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale, sia dal punto di vista artistico che umano. Ci siamo arrivati da percorsi diversi: Vincenzo anche attraverso esperienze personali, mentre io l’ho scoperto in un periodo in cui cercavo una scintilla che mi convincesse a dedicarmi davvero alla musica. Quella scintilla è arrivata attraverso i suoi lavori, ma anche attraverso quelli di artisti come Motta, Fabi, Francesco Di Bella, Andrea Fish, Filippo Gatti e molti altri che ruotavano attorno a quel mondo. Oltre che lo stesso Maurizio Loffredo. Nel tempo Riccardo ci è stato vicino anche umanamente e ci ha dato l’opportunità di incontrare persone straordinarie. Per noi è stato una sorta di stella polare, un riferimento costante durante il nostro percorso. Ma forse la cosa più importante è stata sentire il suo rispetto e il suo riconoscimento, sia sul piano artistico che su quello umano: qualcosa che ancora oggi rappresenta uno dei cardini su cui si fonda l’esperienza dei RaestaVinvE.
Vincenzo: Riccardo ha avuto un ruolo fondamentale nel nostro percorso, prima ancora che nei RaestaVinvE. L'ho cercato nel 2006, quando collaboravo con Lucio Dalla all'organizzazione del Demo Live di Vieste, un festival che apparteneva in pieno alla cosiddetta "MySpace generation". Cercavamo nuovi cantautori proprio attraverso MySpace, che allora era una straordinaria fucina di talenti. A pochi giorni dall'evento, Lucio ebbe un impegno improvviso e non riuscì a partecipare. Così decisi di scrivere a Riccardo su MySpace, chiedendogli se fosse disponibile a tenere dei workshop con i ragazzi del festival. Con mia sorpresa accettò subito. Da quel momento nacque una conoscenza che, negli anni, si è rivelata preziosissima. In realtà conoscevo già molto bene il suo lavoro. Ascoltavo da tempo le produzioni che portavano la sua firma: da Niccolò Fabi ai Tiromancino, da Frankie hi-nrg MC a Marina Rei, passando per Francesco Di Bella, Filippo Gatti e tanti altri. Quei dischi mi avevano accompagnato per anni, ma sentivo il bisogno di dare un volto alla persona che c'era dietro quei suoni così riconoscibili. Riccardo fu incredibilmente generoso. Mi aprì le porte della scena romana di quegli anni, quando il Lian e i locali di San Lorenzo erano il cuore pulsante di una nuova generazione di autori e musicisti. Grazie a lui ho avuto la fortuna di assistere, anche solo di riflesso, alla nascita di dischi, canzoni e produzioni che hanno segnato la musica italiana: da Luca Carboni a Brunori Sas, da Coez a Motta, fino ad arrivare a collaborazioni prestigiose come quelle con Mina. Ma il regalo più grande è stato un altro: ho avuto la possibilità di conoscere il Riccardo autentico, quello lontano dai riflettori. Il Riccardo casalingo, curioso, sempre alla ricerca della nota giusta o della parola giusta. Quando hai la fortuna di osservare da vicino il suo modo di lavorare e di vivere la musica, poi quelle produzioni le ascolti con un orecchio diverso. Non senti più soltanto una bella canzone: riesci a intravedere il pensiero, la cura artigianale e l'umanità che ci sono dietro. Più che influenzare direttamente la nascita dei RaestaVinvE, Riccardo ci ha insegnato un modo di stare nella musica: con rigore, libertà e rispetto per le canzoni. Ed è una lezione che, in fondo, ci accompagna ancora oggi.
Le vostre canzoni mescolano cantautorato, elettronica, folk urbano e sonorità mediterranee. Come nasce questo equilibrio tra tradizione e sperimentazione?
Stefano: Credo che il nostro equilibrio nasca soprattutto dalle differenze. Vincenzo ha una grande capacità intuitiva: riesce spesso a riconoscere ciò che funziona in una canzone al di là delle etichette, che venga dal folk, dal rock, dalla musica elettronica o da quella classica. Io invece sono mosso soprattutto dalla curiosità. Mi capita di innamorarmi di un artista, di un disco o di un linguaggio musicale e di frequentarlo a lungo, lasciando che sedimentino ascolti, suggestioni e riferimenti. Forse il nostro modo di lavorare nasce proprio dall’incontro tra queste due attitudini: da una parte l’intuizione e l’ostinazione di Vincenzo, dall’altra la mia tendenza a esplorare e a lasciarmi contaminare. È un equilibrio che continua a sorprenderci e di cui probabilmente non siamo ancora del tutto consapevoli nemmeno noi.
Dopo due album candidati alla Targa Tenco, come sentite sia cambiata la vostra scrittura rispetto agli esordi?
Stefano: Più che nello stile, credo che la nostra evoluzione si sia manifestata soprattutto nelle tematiche. Agli inizi eravamo molto concentrati sull’incertezza, sui traumi emotivi e sulle relazioni difficili. Con il tempo abbiamo sentito il bisogno di allargare lo sguardo e affrontare argomenti diversi, più legati al rapporto con la comunità, con il territorio e con ciò che ci circonda. Allo stesso tempo stiamo cercando una leggerezza sull’incertezza, sui traumi emotivi e sulle relazioni difficili. Con il tempo abbiamo sentito il bisogno di allargare lo sguardo e affrontare argomenti diversi, più legati al rapporto con la comunità, con il territorio e con ciò che ci circonda. Allo stesso tempo stiamo cercando una leggerezza nuova, che non significa superficialità ma una diversa prospettiva sulle cose. Probabilmente questa trasformazione riflette anche il rapporto umano tra me e Vincenzo, il nostro rispettivo quotidiano, più giocoso e meno tormentato rispetto agli inizi, pur restando vivo e caratterizzato da confronti anche accesi. Le canzoni, in fondo, finiscono sempre per raccontare il momento della vita in cui vengono scritte.
Essere una delle realtà emergenti del nuovo cantautorato del Sud Italia rappresenta per voi un'identità precisa o un'etichetta da cui preferite prendere le distanze?
Stefano: Prendendo in prestito una riflessione del cantautore Lepre sul concetto di “emergente”, ci piace pensare di essere ormai una realtà che nuota allegramente negli abissi più che una che tendere ad emerge. Dopo tanti anni di musica, quella definizione ci appartiene sempre meno. Ci riconosciamo invece in un’idea molto artigianale del fare canzoni: un percorso costruito con i nostri tempi, una forte identità e poche interferenze da parte delle logiche del mercato. Un po’ come scegliere tra un hamburger di una grande catena e uno preparato con i prodotti del proprio territorio: non è una questione di superiorità, ma di carattere, provenienza e gusto. Per il resto facciamo musica da molti anni e ci piace considerarci semplicemente per quello che siamo: musicisti adulti, ancora curiosi e ancora innamorati di quello che fanno.
Vincenzo: Dipende da cosa intendiamo per "emergenti". Se emergente significa "ancora poco conosciuti dal grande pubblico", allora sì, probabilmente siamo ancora emergenti. Se invece emergente indica un artista agli inizi del proprio percorso, allora direi di no. Tra RaestaVinvE e i nostri progetti personali abbiamo alle spalle diversi dischi, tanti concerti, collaborazioni importanti e parecchi anni di strada. Diciamo che siamo degli "ex "emergenti" che non hanno mai smesso di cercare. Quanto all'etichetta di cantautorato del Sud, non ci pesa affatto. Le nostre radici sono lì e inevitabilmente influenzano il nostro modo di scrivere e di guardare il mondo. Allo stesso tempo, però, abbiamo sempre cercato il dialogo con realtà diverse. Abbiamo collaborato con il grande songwriter napoletano Francesco Di Bella, ma anche con Clio in Francia, in un percorso che ci ha portato spesso fuori dai confini geografici e musicali da cui siamo partiti. E proprio in questa direzione stiamo lavorando a uno dei prossimi progetti: una versione italiana di Boat Behind dei Kings of Convenience, un omaggio a una scrittura che sentiamo molto vicina alla nostra sensibilità. In fondo, più che una realtà emergente del Sud Italia, ci sentiamo una realtà in continuo movimento. Le canzoni nascono dalle nostre radici, ma poi prendono strade imprevedibili. E forse è proprio questo il modo migliore per restare vivi artisticamente.
Nel testo emerge il bisogno di sentirsi scelti autenticamente. Pensate che questo tema sia particolarmente sentito dalla vostra generazione?
Vincenzo: Crediamo di sì. Oggi siamo circondati da possibilità, ma a volte proprio per questo diventa più difficile sentirsi davvero visti. Essere scelti, riconosciuti, amati senza condizioni resta uno dei desideri più profondi che abbiamo come esseri umani. Più che della nostra generazione, pensiamo sia un tema umano. Nel brano ci sono due persone che potrebbero trovare mille motivi per sentirsi distanti: l'età, i riferimenti culturali, alcune visioni della vita. Eppure il punto non è quanto siamo diversi, ma quanto siamo disposti ad attraversare quelle differenze. Essere scelti significa proprio questo: sentirsi accolti per ciò che si è, senza dover assomigliare all'altro.
Dopo un periodo di silenzio discografico, cosa avete imparato come artisti e come persone che ritrovate oggi in questa canzone?
Vincenzo: Abbiamo imparato che i tempi della vita e quelli della musica non sempre coincidono. Quel periodo ci ha permesso di osservare, ascoltare e maturare. Oggi ci sentiamo più consapevoli, sia artisticamente che umanamente, e questa canzone porta con sé proprio questa nuova consapevolezza. Abbiamo imparato che anche il silenzio ha una voce. Ci sono stagioni in cui bisogna pubblicare e altre in cui bisogna ascoltare. Questo tempo ci ha insegnato a fidarci dei processi, a non rincorrere tutto. E forse "Mi vuoi bene o no?" è nata proprio da quella calma ritrovata. Abbiamo imparato che la complessità non va semplificata per forza. Viviamo in un tempo che tende a dividere tutto in schieramenti, generazioni, idee contrapposte. Questa canzone ci ricorda invece che le persone sono molto più grandi delle categorie dentro cui proviamo a racchiuderle. E forse l'amore serve anche a questo: a farci cambiare prospettiva. che tende a dividere tutto in schieramenti, generazioni, idee contrapposte. Questa canzone ci ricorda invece che le persone sono molto più grandi delle categorie dentro cui proviamo a racchiuderle. E forse l'amore serve anche a questo: a farci cambiare prospettiva.
Se doveste descrivere i RaestaVinvE del 2026 con una sola immagine cinematografica o una scena di un film, quale sarebbe e perché?
Vincenzo: Un’immagine dark. Due figure che camminano nella notte verso una luce lontana. Non corrono, non sanno esattamente cosa troveranno alla fine della strada, ma continuano ad andare. Ci piacerebbe questa immagine perché parla di ricerca. Ma nella realtà siamo molto più semplici, e comici a nostra insaputa. La scena di Pieraccioni che si schianta col motorino ne “Il ciclone” rende molto l’idea.
Grazie per questa chiacchierata e buona musica sempre!
Grazie a voi per l'ascolto. Buona musica a tutti!

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